Immagine di copertina: Sarri Egisto; Corradino di Svevia ascolta la condanna; Galleria d’Arte Moderna di Firenze

a cura di Giovanni Di Rubba

Un giovinetto
Pallido, e bello, con la chioma d’oro,
Con la pupilla del color del mare,
Con un viso gentil da sventurato,
Toccò la sponda dopo il lungo e mesto
Remigar de la fuga. Avea la Sveva
Stella d’argento sul cimiero azzurro,
Avea l’aquila Sveva in sul mantello;
E quantunque affidar non lo dovesse,
Corradino di Svevia era il suo nome.
Il nipote di superbi imperatori
Perseguito venia limosinando
Una sola di sonno ora quïeta.
E qui nel sonno ci fu tradito; e quivi
Per quanto affaticato occhio si posi,
Non trova mai da quella notte il sonno.
La più bella città de le marine
Vide fremendo fluttuar un velo

Funereo su la piazza: e una bipenne

Calar sul ceppo, ove posava un capo
Con la pupilla del color del mare,
Pallido, altero, e con la chioma d’oro.
E vide un guanto trasvolar dal palco
Sulla livida folla; e non fu scorto
Chi lo raccogliesse. Ma nel dì segnato
Che da le torri sicule tonâro
Come Arcangeli i Vespri; ei fu veduto
Allor quel guanto, quasi mano viva,
Ghermir la fune che sonò l’appello
Dei beffardi Angioíni innanzi a Dio.
Come dilegua una cadente stella,
Mutò zona lo Svevo astro e disparve.
E gemendo l’avita aquila volse
Per morire al natío Reno le piume;
Ma sul Reno natío era un castello,
E sul freddo verone era una madre,
Che lagrimava nell’attesa amara:
“Nobile augello che volando vai,
Se vieni da la dolce itala terra,
Dimmi, ài veduto il figlio mio?”
“Lo vidi;
Era biondo, era bianco, era bëato,
Sotto l’arco d’un tempio era sepolto.”

 

E tu, bella del carme ascoltatrice,
S’io ti contristo, a me perdona, eterno
Novellier di sventure. Apresi ad una
Lagrima di rugiada il vedovile
Fior del giacinto; e per sbocciar dal core,
Necessità di pianto à l’inno mio.
Ma di’: sull’ampia terra una conosci
Valle felice, ove giammai non sia
L’eco sonata d’un lamento umano?
Dimmi, conosci una beata aiuola,
Sovra cui non cadesse una dolente
Stilla di queste crëature stanche?
Pure ne’ tuoi fissando occhi sereni
Combatterò contro le innate e pronte
Malinconie, si che men lento voli
Per la mia terra, e meno afflitto, il carme. 
Aleardo Aleardi (poesia del 1856)

Corradino di Svevia, ultimo erede della dinastia Hohenstaufen, il nipote dai superbi -inteso come fieri e non in senso di vanagloriosi- Imperatori. Il Federico Barbarossa, che volle instaurare un regime di alleanza coi comuni del nord Italia, per ottimizzare il sistema e, frainteso dalla cupidigia e dalla invidia, ebbe gli stessi comuni come ribelli, con il famoso, tra l’altro Carroccio e la Lega. Ed il nonno Federico II di Svevia, che amava circondarsi di poeti, da Jacopo da Lentini, inventore del sonetto, a Pier delle Vigne, che fondò la prima Università Pubblica al Mondo, gratuita, ove si insegnavano le belle lettere ed il Diritto, si formava una valente e snella burocrazia, il “Pubblico Studio Napoletano”, oggi Università degli Studi di Napoli Federico II”, università fondata nel 1224 e nella quale, anche lo scrivente, è fiero di essersi laureato in Giurisprudenza. Una università ove il diritto era soprattutto bellezza, musicalità, armonia. E anche le “Costitutione Melphitane” le quali diedero un riassetto a tutto il Regno del Sud Italia, il sogno del Barbarossa, che quivi attecchì splendidamente, con Universitas-le attuali assemblee comunali- che eleggevano un proprio rappresentante, con ampi poteri, salvo dissidi o quaestio di maggior rilievo che erano delegate al feudatario o al Capitano di Giustizia.

 

A sinistra Stemma di Corradino di Svevia;  a Destra Stemma Imperiale

A Pomigliano, sotto Federico di Svevia, Imperatore del Sacro Romano Impero, vi era la nobile e fedelissima famiglia dei Filangieri, fedele, come vedremo volta per volta, agli Svevi sino alla fine. Sotto Feerico II, in particolare, Riccardo Filangieri partecipò alla VI Crociata, voluta da l’Imperatore Federico II,  con ben 500 uomini. E fu addirittura nominato Governatore di Gerusalemme e poi Balì del Regno di Gerusalemme, quando Federico potette fregiarsi anche del titolo di Re di Gerusalemme. Per di più fu una Crociata molto diplomatica, nel Regno di Federico coesistevano Musulmani, Cristiani, Ebrei, e tutti erano trattati in egual modo, per l’epoca.

Alla Sua morte fu un po’ un caos, gli Angiò premevano per il dominio di tutto il sud Italia, uno dei figli di Federico, Corrado IV, legittimo erede, sposato con Elisabetta di Baviera, morì quando Corradino era solo un bambino, aveva appena due anni. Il fratellastro di Corrado, Manfredi, ne approfittò e scese in Italia per riconquistarla, anche con l’appoggio del papa, purtroppo, nonostante le valorose battaglie, morì eroicamente “feruto” a Benevento. Anche qui i Nostri Filangieri seppero subito da che parte schierarsi. Riccardo I Filangieri, che aveva aggiunto anche i titoli di Signore di Gragnano, Nocera,  Nusco, Satriano e Lettere, nel 1253 fu addirittura Podestà del Ducato di Napoli; nel 1254 partecipò valorosamente alla difesa della città, assediata dallo stesso Corrado IV e nel 1266 partecipò alla battaglia di Benevento sotto le insegne di re Manfredi di Svevia. Si deve a lui la fortificazione del castello di Lettere facendo costruire il mastio e la torre est.

Intanto, in Baviera, Corradino cresceva, tutti restavano ammirati dalla sua bellezza, dalla sua grazia, imparò diverse lingue, che parlava correntemente, e tutti rivedevano in lui il nonno, lo Stupor Mundi, il Grande Federico II. Si sposò anche, secondo alcuni per procura, secondo altri more danico, Handforting, una sorta di matrimonio laico, ma che in realtà fu legalmente avallato dalle autorità religiose. La consorte, purtuttavia, Sofia di Landsberg, aveva appena 7 anni, e quindi i due non si conobbero. Corradino era pronto a compiere l’impresa, scendere in Italia e riconquistare i territorio che gli spettavano.

E di alleati ne aveva e come, l’amico Federico I di Baden Baden, l’appoggio pisano di Ottone IV di Burswik, ebbe la meglio in Toscana e persino i patrizi Romani lo appoggiarono ed anche la Enclave Musulmana di Lucera, tutti erano con lui, o sembravano esserlo, arrivarono aiuti anche dalla Calabria e dalla Sicilia. E dal Nostro Barone Filangieri, Riccardo II, che era anche conte di Marsico, tradì re Carlo I d’Angiò per la fede agli Stauser e partecipò alla congiura di Giovanni da Procida per favorire la venuta di Corradino di Svevia. Purtroppo Corradino cadde in un tranello durante la battaglia di Tagliacozzo, un Cavaliere indossò l’armatura e le Insegne regali di Carlo d’Angiò e, sicuro, Corradino ed i Suoi attaccarono uccidendolo e sbaragliando i Suoi uomini. Ma era una trappola, quando abbassarono le armi vennero in avanscoperta tutti gli uomini dei D’Angiò e Corradino ed i Suoi si dettero alla fuga. Fu un massacro. Era il 1268 ed a Ruggero II Filangieri furono confiscati tutti i territori e beni, compreso, ovvio Pomigliano d’Arco. Che Passò agli Stendardo. Carlo I d’Angiò subito, nel 1268 donò al Siniscalco Guglielmo Stendardo (Estendard)   che portò durante la guerra lo stendardo Reale come Comandante di Cavalleria, dopo la vittoria su Corradino di Svevia, i feudi di Arienzo, Sant’Antimo e Pomigliano, in Terra di Lavoro, in Principato ultra il feudo di Arpaia e in Abruzzo Citra la città di Popoli. Fu, inoltre, nominato dallo stesso Sovrano, Maresciallo e Grande Ammiraglio del Regno di Napoli e Viceré del Regno di Sicilia. La famiglia fu ascritta addirittura al Patriziato Napoletano del Seggio di Montagna.

Stemma degli Stendardo

Ma veniamo alla tragica fine di Corradino, che, dopo essersi rifugiato a Roma tradito dall’amico ed ex sostenitore Giovanni Pranzapane, presso Nettuno.  Consegnato a Carlo d’Angiò fu recluso in Castel dell’Ovo, già Castrum Lucullianum e già Convento Basiliano, fortificato dal nonno che spostò gran parte dei libri nei pressi del Pubblico Studio e reso una prigione possente –una Alcatraz dell’epoca-.

Qui fioriscono le leggende, ma qualcosa di vero c’è, senza dubbio. In “La Vergine Napoletana” Giuseppe Pederiali fa un po’ un sunto di queste tradizioni, e racconta che in Castel dll’Ovo, prima dell’esecuzione, avrebbe espresso il desiderio di giacere con una donna. un secondino ancora fedele agli Svevi riuscì a trovare una giovine, tale Cicella, figlia di un Maestro Ferraio, e da cui avrebbe avuto un figlio di nome Ciummo.

E certo, certo. C’è del vero e come, e c’entrano i Nostri Filangieri, fedelissimi sino alla fine.

Ho già trattato altrove del fiume Sebeto, del suo rilevante passaggio per Pomigliano, del fatto che sorgeva presso l’attuale Chiesa sommese di Santa Maria del Pozzo, e che sfociava proprio presso il Castrum Lucullianum, zona di Castel dell’Ovo, fiume che, in quell’epoca, già era ridotto ad un piccolo corso, come testimoniato dal Petrarca. Ebbene il desiderio fu esaudito ma non da un secondino bensì da un Filangieri. Sebbene depredati di tutti i beni, godevano di una certa stima sia nelle loro terre sia in Napoli.

Bene con Cicella in napoletano si indica l’Ofidia, un pesce della famiglia degli Ofididi (Ophidium barbatum), dal corpo allungato e serpentiforme, molto diffuso e consumato all’epoca e tutt’ora, anche nelle festività natalizie. E Ciummo, significa Fiume, è un chiaro richiamo allo Bono Greco, al Sebeto. Di più chi è questa Cicella? Probabilmente si tratta di tale Matilde, nome che significa proprio “Forza in Battaglia” dal Germanico Mathildis- Mata Hildi, divinità metà donna e metà pesce norrea che ricorda tanto Partenope-. Ma questa Matilde è una donna in tutto e per tutto, ed è una nobile, della Famiglia De Candida. E qui ritornano i Filangieri che, con il matrimonio combinato con questa Matilde, che preferì –perché?- rimanere anonima diedero il via ai Filangieri de Candida, Matilde Candida, sorelladi Alduino de Candida e sposa, con già u n figlio-di sangue imperiale, di Giordano Filangieri.

Il segreto resta nel nuovo simbolo dei Filangieri Candida, una Sirena con doppia Coda poggiata su campo Verde e con in capo la Corona Imperiale.

Stemma Filangieri

 

Stemma Filangieri Candida

Non solo ma serbando questo segreto, stranamente, ritornarono in possesso di molti terreni, ed ebbero il favore di Carlo d’Angiò e, forse qui è la confusione con Mastro Ferraio, Giordano Filangieri, marito di Matilda De Candida, divenne addirittura Maniscalcus Imperialis.

Corradino di Svevia fu decapitato, ma prima lanciò un guanto di sfida, guanto che raccolse il medico personale di Federico II, Giovanni Da Procida, che sarà in prima fila nei Vespri Siciliani, a fianco degli Aragonesi, contro d’Angiò.

Corradino, di più, fu condannato per un crimen non commesso, stricto iure non poteva essere condannato per lesa majestatis, non avendo posto in essere tale fattispecie.

L’esecuzione avvenne a Campo Morcino –l’attuale piazza Mercato- a Napoli. Senza sepoltura, solo successivamente i resti-che i nazisti su ordine di Hitler tentarono di trafugare- furono deposti presso la Chiesa del Carmine di Napoli-gemella di quella in Pomigliano, come scrissi altrove. Nel luogo della esecuzione fu eretta la attuale Chiesa di Santa Maria in Purgatorio, ove vi è una lapide con una beffarda e vigliacca scritta “Asturis ungue leo pullum rapiens aquilinum hic deplumavit acephalumque dedit”  , ossia ad “Ad Astura il Leone rapì l’Aquilotto, e qui lo spennò e gli mozzò il capo”.

Ma Ciummo, Imperatore del Sacro Romano Impero, duca di Svevia, Re di Gerusalemme, Principe di Napoli e di Sicilia visse, e vive la sua discendenza. Non certo nel sangue dei Filangieri, ma nel segreto, certo non appartenete alla dinastia Filangieri Candida, ma figlio di una Candida che volle restare anonima e di cui solo casualmente, a seguito di una intensa ricerca, siamo riusciti ad individuarne il nome.

Matilda.

Per ora questo racconto finisce qui. Il prossimo appuntamento diremo ancora in merito. Un augurio a tutti i lettori di Pomigliano Live, a tutti i compaesani ed un grazie a Salvatore De Falco ed alla Redazione tutta.

Buon Natale. Dopo le feste, questa storia continua, e partiremo dalla Pannonia per capirne di più.

Giovanni Di Rubba

 

BIBLIOGRAFIA:

Aleardo Aleardi; Corradino di Svevia (lirica)

Aliberti Crescenzo; Pomigliano d’Arco, Sistematica Enciclopedia di Storia Locale; Patrocinio Amministrazione Comunale

Basile Giovanni et Esposito Annunziata; Storia di Pomigliano d’Arco dalle Origini ai Giorni Nostri;  Comune di Pomigliano d’Arco

Duby Georges; Atlante Storico; Società Editrice Internazionale; Torino 1995

Eco Umberto; Baudolino; Bompiani 2008

Eco Umberto (a cura di); Enciclopedia Storica ; Antichità Volume 10; Medioevo Centrale Volume 4; Basso Medioevo Volume 8;EM Publiscer;  2014

Pederiali Giuseppe; La Vergine Napoletana; ; Garzanti; Milano; 2009

Perillo Marco; Storie Segrete della Storia di Napoli; Newton Editori; Roma; 2018

Montanelli Indro e Roberto Gervasi;  L’Italia dei Secoli Bui; Rizzoli Editore; 1965

 

 

SITOGRAFIA:

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https://selendichter.wordpress.com/2016/01/14/afrodite-la-santa-fiorita-di-pomigliano-darco-seguendo-le-rive-di-una-leggenda/