A cura di Giovanni Di Rubba

Il presente articolo è il prosieguo di un precedente pubblicato sul mio blog personale (selendichter.wordpress.com) dal titolo “Halloween. Festa Originaria delle Campagne Partenopee”, menzionato in sitografia e che, per chi volesse, invito a leggere.

Cosa collega Halloween alla festività della Epifania è presto detto, la Nostra tradizione contadina. Una tradizione che, su basi storiche, ha il sapore della leggenda, come tutti i cunti, pomiglianesi e non, e come tali va letta. Quando ci si riuniva accanto al fuoco la sera e si iniziava a raccontare. La memoria orale, che precede quella scritta e che affonda le sue radici in realtà ataviche, racconti di nostri avi, analfabeti, quando televisioni, web e telefoni non avevano ancora fatto capolino e quando, tipico delle campagne partenopee, si secernevano racconti un po’ da brividi e un po’ sornioni. Al fuoco. Al caldo. Di sera. Prima di andare a letto. Esorcizzando la paura.

Prima di addentrarci nei cunti, i primi più antichi, di cui l’ultimo  concluderà il presente scritto, essenziale è inquadrare la cornice storica, l’evoluzione e la mitologia ad essi sottesa.

Ma per farlo, voglio da subito addentrarmi nel primo cunto,  per consentirvi di capire il nesso con Halloween, ossia con la vigilia di ognissanti, e poi diramare all’indietro il racconto. Nell’addentrarmici lo esaurirò, serbando gli altri due per la fine. Si narra che le anime purganti, le Anime Pezzentelle, ottengano una sorta di “permesso speciale”, quello di poter vagare quivi, sula Terra, ove hanno vissuto, all’apertura dei portali, il primo la notte tra il 31 ottobre ed il 1 novembre, sino alla notte tra il 5 ed il 6 gennaio. In questo frangente di tempo, raccontano, è possibile incontrarli, casualmente, tra la gente, spesso vestiti da forestieri. Si narra addirittura che tempo fa, ove a Pomigliano tutt’ora è il viale detto  “O Vico De Rose” di una donna che filava la lana e scorgendo una processione, credendo fossero le preghiere dell’Aurora dell’Epifania, li seguitò, sino ad una chiesa. Era una notte nebbiosa, ed ella stupita si guardava attorno, non riconoscendo nessuno tra i processanti. Prima di entrare in Chiesa, gli si avvicinò un uomo corpulento, che la invitò a tornare a casa, per il suo bene, in quanto non era quello il suo posto. Un po’ spaventata arretrò, giusto in tempo per guardare l’ultimo fedele entrare e la Chiesa sprofondare nel terreno. Corse a casa e solo allora si accorse che erano passati pochi minuti alle tre di notte e che quella processione certo non era la processione dell’Aurora. Da tener presente che prima dell’editto napoleonico i defunti erano seppelliti sotto gli Edifici Sacri.

ingresso Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco

Si tratta delle anime del Purgatorio, o Anime Pezzentelle, impropriamente dette con riferimento a quelle che si trovano sotto la Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio, al Centro Storico di Napoli. Molti conoscono i teschi ivi presenti, ognuno con una leggenda da raccontare, che sostanzialmente fu il primo cimitero in Italia ove dar degna sepoltura alla povera gente, ai lazzari. Questi erano contrapposti ai notabili, ai Santi, ai Reali, che avevano una cripta non sotto le Chiese, ma all’interno, come accade tutt’oggi, con i Santi. Queste anime “nn” riposavano sotto, umilmente.

Ma quale la radice di questi cunti partenopei e di queste tradizioni? In merito alle anime purganti, non voglio né è intento di questo scritto, parlare di Novissimi, dell’esistenza del Purgatorio e della Sua ubicazione. Personalmente mi limito a citare il parere della mistica cattolica calabrese in odore di Santità Natuzza Evolo, che affermava che molti di coloro che debbono scontare una pena prima di poter contemplare il Volto di Dio sono presenti qui sulla Terra. Purtuttavia non possiamo in termini scientifici comprendere molte cose e, citando e parafrasando  Dante “sedere in scranno e giudicar di lungi mille miglia con la vista corta di una spanna”. La Realtà non è che parte della Verità, e la Verità è una. E non possiamo svuotare l’Oceano con una conchiglia.

Ma torniamo a Noi,  perché questi cunti partenopei, delle campagne partenopee, e soprattutto in Pomigliano d’Arco?. E le anime Purganti sono presenti quivi, comunicano con Noi? Secondo i cunti, ovvio.

Negli anni ‘ 50, in Val Camonica, nel bergamasco, un falegname iniziò ogni giorno a svegliarsi prestissimo ed addentrarsi nei boschi. Tanto che i compaesani credevano fosse, come si dice a Napoli, “Uscito in Fantasia” ma iniziò a portare alcuni utensili, a rinvenire incisioni rupestri. Quel falegname di Capo di Ponte aveva fatto una scoperta sensazionale, l’esistenza, già teorizzata, dei Camuni, una misteriosa civiltà preistorica italiana.

Le incisioni giravano quasi ossessivamente su due soggetti, il Cervo e la Paletta. E le Grotte non erano semplici Grotte, ma una serie di cuniculi non scavati da mano umana. Il “Cervo” ha un significato ben preciso, in tutte le culture, è simbolo della Grazia divina, nello Zoroastrismo è simbolo del Bene che trionfa sul Male, per i Greci esso è anteposto al Cipresso-albero che adorna ancora i nostri cimiteri- ed allo stesso tempo al mito di Atteone, che per aver voluto sapere troppo-vedere Artemide nuda, ossia addentrarsi nella penombra lunare- era stato trasformato in candido Cervo e divorato dai suoi stessi cani. Il Cervo nella mitologia Norrea è altresì legato al frassino ed ad una vecchia dona che controlla l’operato di quattro cervi, la Norna, con lo scopo che la troppa bontà non divori il frassino, ossia l’albero che rappresenta l’Origine del Mondo, la Creazione. Una sorta di Strega benefica che aiuta e preserva l’ innocenza umana dalla autodistruzione.  Persino in Cina Lu Hsing è simbolo degli emolumenti, della riconoscenza.

Camuni; incisioni rupestre in Val Camonica

 

In buona sostanza questa Norna che guidava i quattro cervi era un po’ come le sicule  donni di notti che evitavano, all’ombra dell’Etna e dei cuniculi di Efesto, la distruzione del Creato da parte delle donni di venti, il cui scopo era ottenere potere con l’inganno.

Non a caso, oltre al Cervo ed alla frequentissima Paletta, una sorta di legno magico spesso maneggiato da un uomo accanto ai cervi, che rappresentava la ricerca interiore –da rilevare che allho, paletta ha un assonanza con l’anglofono to hallow, scavare- , sono state trovate anche incisioni un po’ anomale, tipo un grosso uomo cornuto che minacciava un omino armato di paletta o l’occhio dai mille occhi, un Argo camunico che tutto vede e che è spesso a protezione dal demone dalle dimensioni abnormi.

La scoperta della civiltà dei Camuni è a Nostro avviso più che interessante, si è già accennato alle sicule donne di Efesto, il fabbro, il costruttore. Ora parliamo di un popolo che ci permettiamo di identificare con i Camuni. I Cimmeri.

“ Là dei Cimmeri è il popolo e la città / di nebbia e nube avvolti” Omero.

I Cimmeri sono molto probabilmente una popolazione originaria del Mar Morto, ove furono scacciati dagli Sciiti, sconfitti dagli Assiri, in contatto anche con i Persiani, anzi sicuramente abitanti originari della Persia –oggi Iran-  e si recarono nella Terra di Saturno, in Italia. Popolazione che viveva nella nebbia, ci dice Omero, che la immagina oramai all’estremo settentrione, popolazione sotterranea, che vive nella nebbia, che è nékya, capace di evocare morti. Come presso Circe o come raccontato da Virgilio nella Eneide. I portali, le porte, il lago d’Averno? Pomigliano d’Arco? Il Sebeto?

Procediamo con ordine. L’identificazione dei Camuni con i Cimmeri ci è venuta leggendo il  “Viaggio in Italia” di Goethe.

Dovrò qui per forza di cose citare, una parte di quanto scritto altrove su Halloween, rimandando ad una lettura più esaustiva nel mio blog:

“ I Celti erano prevalentemente un popolo di pastori, a differenza di altre culture europee nordiche, avevano una cultura simile ai popoli del bacino del Mediterraneo, Arcadica.

I ritmi della loro vita erano, dunque, scanditi dai tempi che l’allevamento del bestiame imponeva, tempi diversi da quelli dei campi. Alla fine della stagione estiva, i pastori riportavano a valle le loro greggi, per prepararsi all’arrivo dell’inverno e all’inizio del nuovo anno. Come dalle Nostre parti, nella Italia centro meridionale.

Per i Celti, infatti, l’anno nuovo non cominciava il 1° gennaio come per noi oggi, bensì il 1° novembre, quando terminava ufficialmente la stagione calda ed iniziava la stagione delle tenebre e del freddo, il tempo in cui ci si chiudeva in casa per molti mesi, riparandosi dal freddo, costruendo utensili e trascorrendo le serate a raccontare storie e leggende.

Il passaggio dall’estate all’inverno e dal vecchio al nuovo anno veniva celebrato con lunghi festeggiamenti, lo Samhain (pronunciato sow-in, dove sow fa rima con cow), che deriverebbe dal gaelico samhuinn e significa “summer’s end”, fine dell’estate. In Irlanda la festa era nota come Samhein, o La Samon, la festa del Sole, ma il concetto è lo stesso. In realtà a nostro avviso il termine non è gaelico ma ha una origo italioto/sannita, precisamente deriva da Selket, la dea egizia—ricordiamo la presenza egizia in Napoli, dei morti, che in italioto suonava come Serket-hetu, cioè “colei che fa respirare le gole” , o anche dal Sannita Sam-Hapis, la parte femminile della luce, divenuta poi Serapin, che simboleggiava la fertilità “kalathos”-copricapo a forma di cesta, emblema del corpo che desacralizzato a mo’ di Eumenidi, preservava dalle tenebre l’animo-celebrato il Giorno seguente- e lo spirito degli antenati-celebrato due Giorni dopo. Selket era anche poi in commistione con Iside, e le figure furono identificate, rimase la Greca Selkis che poi divenne Selene, ovverosia la Luna.  

 In quel periodo dell’anno i frutti dei campi erano assicurati, il bestiame era stato ben nutrito dell’aria fresca e dei pascoli dei monti e le scorte per l’inverno erano state preparate. La comunità, quindi, poteva riposarsi e ringraziare gli Dei per la loro generosità. Ciò avveniva tramite lo Samhain, che, inoltre, serviva ad esorcizzare l’arrivo dell’inverno e dei suoi pericoli, unendo e rafforzando la comunità grazie ad un rito di passaggio che propiziasse la benevolenza delle divinità. L’importanza che la popolazione celta attribuiva a Samhain risiede nella loro-ed anche dei Nostri della Campania Felix- concezione del tempo, visto come una ellisse suddiviso in otto cicli, tracciati sulla ellisse con una croce ed una X, l’ellisse e gli otto punti su di essa ‘sì tracciati simboleggiavano l’infinito e l’istantaneità del tempo: il termine di ogni ciclo era considerato molto importante e carico di magia, in particolar guisa ogni punto ra considerato l’apertura di una delle nove porte. Insieme a Samhain (31 ottobre, appunto) si festeggiavano Lughnasadh (1 agosto), Beltane (30 aprile o 1 maggio), Imbolc (1-2 febbraio), Yule (21 dicembre), Ostara (21 marzo), Litha (21 giugno) e Mabon (21 settembre)”.

 

Questo inciso, ahimè, ed il lettore mi voglia scusare, era d’obbligo per proseguire la narrazione. E soprattutto per rendere più chiaro il discorso.

celebrazioni annuali celtiche

 

Visto quanto supra rilevato passiamo alla terza festività successiva ad Halloween, quella di Imloch. Enendo conto, preliminarmente, che la festa intermezza, quella di Yule, che coincide con il Nostro Natale, con l’Incarnazione del Verbo, e cade nel medesimo periodo, ha non poche assonanze con l’incarnazione divina, in tutte le culture, al di là del Sol Invictus Zoroastriano, per i celti il Re Oscuro, o vecchio sole morente, si trasformava nel Sole Bambino, tramite la rinascita dalla Dea, la Madre Terra. I celti consideravano il  Re Sole Oscuro come un sole-ombra, mentre il vero Sole, quello Bambino, era prigioniero di Arawan, re del mondo-di-sotto, che sarebbe rinato dal grembo di Ceridwen, la dea-strega dell’inverno. Gli antichi Greci rendevano omaggio al Dio Kronos per assisterlo nella battaglia contro Zeus e i titani, come i Romani, con i Saturnalia, al corrispondente Dio Saturno.

Ma come detto i Celti, popolo di pastori come Noi, hanno appreso questi culti da Napoli, dall’hinterland, da Pomigliano d’Arco. Partiamo con la celebre statua di piazzetta Nilo, Arpocrate.

Arpocrate; Napoli; Piazzetta Nilo

 

E’ noto che in Napoli fosse presente già dal II secolo a. C. una comunità Alessandrina, insediatasi ivi non per caso, su un terreno già fertile delle credenze italiote, nei luoghi ove sorgevano le porte, i varchi, una zona all’epoca riversata da uno dei tre fiumi che poi confluivano nel Sebeto-terra dei tre fiumi in uno- alla foce preso l’attuale Castel dell’Ovo, e che alimenteranno poi il Castrum Lucullianum, successivamente convento Basiliano, il fiume in questione “niletto”si bisecava all’altezza di San Domenico Maggiore, scendendo l’attuale via Mezzo Cannone e immettendosi in quello di via Toledo.

Ma abbiamo parlato di varchi e di porte, le porte che mettevano in contatto con i Cimmeri, da ciò tante le leggende dei Rosacroce e dei Massoni vari  fioriranno dal 1600 in poi. I Cimmeri, un popolo che comunicava con i defunti, con le anime purganti, come si credeva.  E che venerava questo Arpocrate, vecchio barbuto, quasi un sileno, che allatta dei bambini, come da statua. E che poi gli Egizi trasformarono in Horo. Horo, figlio di Iside e di Osiride che vendica l’uccisione del Padre sconfiggendo il malvagio Seth. C’è da dire che poi Iside divenne Istarte, Astarte fenicia, poi la famosa pomilia Afrodite Anzeia, poi Selene, Persefone. Persefone, o Demetra, o Kore, che scende negli inferi come consorte di Ade/Pluto/Plutone in Inverno per far ritorno in Estate. Come l’Euridice persa per sempre dal cantore Orfeo. Ed in questo periodo di permanenza è consentito a coloro che sono imprigionati negli inferi di uscire tra i mortali, ma solo se destinati, poi, ai Campi Elisi.

Osiride, rappresenta Saturno, e la Sua Terra- l ’Italia-, ed Urano evirato da cui nascerà di spuma (afròs) Afrodite, ed Apollo, principe delle arti, compagno delle Nove Muse, nonché Elios, il sole, ma prima di questo processo, dovrà morire, come Gesù, Verbo Incarnato, Dioniso fatto uomo, Dioniso che risorge, Dioniso contro il Crocefisso, direbbe sottilmente, ed essendo frainteso, Nietzsche.

E il nostrano Arpocrate, che diviene Horo egizio ed Hermes Greco, e Mercurio Romano, messaggero degli dei presso gli uomini, messaggero di Dio, Spirito Santo, Profeta, o Cristo. Che sconfigge Seth, l’avversario, il male, che si era ribellato al padre Osiride, e sconfiggendolo aiuta l’uomo. Da sottolineare che la divinità maligna Seth era-e come non dire è ancora, in un certo senso-  avallata da una congrega, i Sebetiti, il cui scopo è far vivere l’uomo nelle tenebre e fermare la Grazia e corrompere l’uomo, riducendolo al fango primigenio. Osoride, infatti, fu ucciso e diviso in quattordici parti, poi ricomposto e resuscitato e vendicato da Horo. Ma Seth ed i suoi si aggirerebbero ancora per corrompere, invidiosi, l’uomo.

Molto si è discusso di VITRIOL in merito ai Cimmeri, che abitavano in cunicoli ed erano perciò ritenuti abitanti di Agartha, con la famosa teoria della Terra Cava.

simbolo tibetano di Agartha

In realtà, questi evocatori di defunti, abitavano sì in cunicoli, e non sappiamo se ve ne sia traccia, e con molta probabilità, a Nostro avviso, resta il mistero dei cunicoli che percorrono tutta la Terra ed hanno nove punti di accesso. Anche Platone, che scrisse di Atlantide, nella sua Repubblica, parla del noto “Mito della Caverna”. Purtuttavia questo mito non sembra affatto farina del sacco di Platone, o per lo meno è un po’ mal interpretato da egli stesso, provenendo probabilmente dai Pitagorici, Pitagora era in contatto con Persiani, Egizi e Cimmeri.

Platone, infatti, erra ove afferma che le cose esistono indipendentemente dalla loro apparenza. L’Apparenza è l’unica manifestazione dell’essenza, infatti è la luce, il fuoco, che permette agli abitanti della Caverna di vedere. Tale credenza, così come il nostrano Arpocrate, la Trinità, l’Iside, Madre Terra, Madonna Santissima, era comune anche agli Esseni, con molta probabilità Cimmeri anch’essi. Ove non brilla la luce non può esservi Apparenza ma Etalagia, ossia manifestazione del Non Essere, del Nulla, di Seth, dell’Avversario e del terzo ribelle. Deserto ari9do senz’ombra, gelo, chiasso, maldicenza.

Allegoria della Caverna; Michel Coxcie

Arpocrate, non a caso, porta un dito ritratto all’indietro verso la bocca come a dire “Silenzio”. Non il silenzio degli iniziati ma il silenzio che si contrappone al caos, alla Babele, paradossalmente la confusione di chi deteneva una sola lingua ma parlava troppo, e in contrappasso fu punito. Per restare silente, contemplante.

Così, dopo il ‘600, ed in parte anche nel Rinascimento, molti hanno interpretato il silenzio come simbolo di richiamo alla iniziazione, e una sigla, una parola, come un acrostico misterioso VITRIOL, ossia “Visita Interiora Terra Rectificando Inveniens Occultum Lapidem

Sperando di risolvere l’enigma, di trovare i Cimmeri, con chissà quale potere occulto degli Agarthiti,. Ma Vitriol, lasciando da parte l’Athanor, il forno alchemico, e la lunga vita, come la trasformazione dei metalli in oro-cose che come ho spiegato diffusamente in diversi scritti non hanno nulla a che vedere con la realtà materiale ed i beni fisici o la via eterna sulla Terra-non è altro che la risoluzione di un enigma.

Del SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS. Il cosiddetto quadrato magico, presente in diverse cattedrali, che si può leggere in orizzontale e verticale, sia dal basso che dall’alto, dando sempre la stessa formula.

 

SATOR; Duomo di Siena

 

È questa l’occulta lapide e visita la terra interiore, significa guarda dentro di te, e vai più sotto o più in alto-a seconda di come si legge- mantenendo il significato, tenet opera rotas, possiede l’opera della ruota del circolo,, imperfetto, quindi ellisse, rectiìficando, cioè non è un circolo perfetto, ma una ellisse –rapporto tre-due. E così si comprendono le due parole “incomprensibili” Sator Arepo” capisci la lapide occulta, strana, secondo la chiave, ICHTHYS, Pesce, Cristo, risultato: “IESUS CRISTOS THEU HYOS SATER”, “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”.

Ciò detto torniamo a Noi, ed ai cicli celtici, volendo affermare, con sicurezza, che la festività di Imbloc non cada la notte tra il 1 ed il 2 febbraio, identificata poi come festa della Candelora, della Luce, della Presentazione di Gesù al Tempio,. Ma bensì proprio nella giornata della Epifania, la notte tra il 5 ed il 6 di gennaio. “Ecce, advenit dominator Dominus”. Questa solennità, che alcuni orientali festeggiano ancora come nascita di Cristo, venuta della Luce nel Mondo, è in realtà l’assorbimento di tre-come tre sono i Magi- accadimenti, l’Hypopante, ossia la visione di Gesù Bambino dalla profetessa Anna e dal vecchio Simone, la Presentazione al Tempio, che riguarda la Presentazione di Cristo, la Circoncisione, non di Maria, che avviene in altra solennità, e che è preludio quello che poi sarà il Battesimo, al Giordano, in età adulta. E la terza, la Venuta dei Magi, i Maghi dell’Oriente, ove avviene, pienamente, la Teofania, che prima si festeggiava il 14 di gennaio.

 

i magi, i Re  Maghi – temporale e spirituale-, con la venuta del Verbo Incarnato, hanno ceduto ad Egli ogni potere da Egli stesso derivato, riconoscendo la loro umanità e la Divinità del Cristo, l’Oro, ovverosia la Ricchezza ed il Potere, l’Incenso, ovverosia gli onori Sacri, la Mirra, ovverosia la Taumaturgia.

Di più la Regina del Sud, la Nostra “Befana”- che tanto vetusta non è, la Regina di Saba, colei che sconfiggerà il Re del Nord, Gog e Magog, anch’ella serva ed ancella di Dio fatto uomo, bambino, presta i suoi leziosi omaggi. Sottomessa, da chi è più di Salomone come Re e più di Giona come profeta e che alla generazione incredula non darà altro se non il segno del nascondimento, il segno di Giona appunto.

E la Madonna, Maria Castissima, che, come detto da Luca “Anche a te una Lancia ti perforerà il Costato”, con chiaro riferimento ad Eva, al calcagno del serpente antico, ed al fatto che lei lo scaccerà, come ci dice Giovanni nella Rivelazione al Capitolo 12. Lo stesso Giovanni che la tenne con sé sino alla Assunzione.

E poi i pastori, che non sono quattro poverelli, ma che detengono la Sapienza, una Sapienza arcadica, una Sapienza di Guide, come Abele, la sapienza dei pastori. Giunti d’inverno ivi.  

E vediamo le analogie con la tradizione Celtica, è la festa del Fuoco, etimologicamente Imbloc, della luce, che consente di vedere, quella che illumina ogni uomo, preceduta dalla nascita e dalla Stella, bianca, colore predominante. È la giornata dei costruttori, dei fabbri, come Efesto, dei cantori, come Orfeo, che perderà la Sua amata, degli artisti, dei maghi, che riconoscono la divinità di Cristo, l’Incarnazione, gli Astrologi che seguendo la Stella trovano la vera Luce, il vero Foco. Imbolc significa “in grembo”, facendo riferimento alla gravidanza delle pecore, quindi agli agnelli in arrivo. A livello simbolico la stessa espressione starebbe a indicare il risveglio della Natura nel grembo della Madre Terra. La variante “Oimelc” indica invece la lattazione ovina. In entrambi i casi c’è un chiaro riferimento alle pecore che in questo periodo dell’anno producevano latte, utilizzato per la preparazione di formaggi, burro e altri alimenti provvidenziali visto che le scorte iniziavano a scarseggiare. E qui la giustificazione della presenza dei pastori in loco, osteggiata da molti.

Inoltre Berecyntia, che erroneamente è fatta corrispondere, sincreticamente, con Santa Brigida, rappresenta la Trinità femminile, Regina di Saba, che omaggia Dio. Di qui la tradizione della leziosia, dolcezza femminea, che omaggia il Verbo fatto Carne, a Betlemme, città del pane, o anche città della carne. Accompagnata dai cervi, di cui abbiamo descritto il significato supra, e dal fuoco.

 

BERECYNTHIA

 

Concludiamo con l’ultimo cunto, come detto, pomiglianesi, l’altro già lo abbiamo narrato all’inizio. Ha per titolo i “Tredici Briganti”, e narra di due compari che partono col loro carretto la notte tra i 5 ed il 6 di gennaio. Lungo la strada si domandano se a chi fa il bene aspetta il male ed a chi fa il male spetta il bene o viceversa, a chi fa il bene spetta il bene ed a chi fa il male spetta il male. Ciascuno patteggia per una teoria. Lungo la strada il diavolo si tramuta da passante e per due volte dà ragione al primo, un’ultima volta si giocano i cavalli ed il diavolo, tramutato in monaco, dà sempre ragione al primo.

Il compare che sosteneva che a chi fa il bene spetta il bene ed a chi fa il male spetta il male si trova così solo, a piedi, in un bosco, scorge tredici briganti che hanno accesso alla porta del sottosuolo, con la formula: “Apriti chichierchia” e risalendo pieni di oro affermano, “Chiuditi chichierchia” e la terra si richiude. Andati via il compare pronuncia la formula ed accede ad un mondo pieno d’oro, gemme preziose, avorio, argento, leccornie. Fa una buona scorta e torna a casa, chiudendo il portale.

Al paese tutti lo credono morto, anche la moglie che era gravida ed ora il bambino aveva ben cinque ani. Per lui era trascorsa una notte ma in realtà aveva attraversato un varco temporale. La moglie, riconosciutolo grazie al figlio, tutta contenta per i danari, decide di aprire una bottega per vendere il pane.

L’altro compare, venuto a sapere dall’amico dei fatti, va egli stesso, ma sta volta i briganti se ne accorgono e lo tagliano in tredici pezzi. Il compare cerca di salvarlo ma è già morto.

Riportata la salma coi pezzi a Pomigliano, chiedono ad un sarto di ricucirla, il sarto lo fa e lo seppelliscono. Intanto i tredici briganti si nascondono in tredici sacchi d’olio a casa del compare del defunto, che aveva preso con sé i parenti dell’amico. Scoperti vengono fatti bollire. Non sapendo come disfarsene, chiedono allo scemo del villaggio di buttare la sacca con un monaco nel ciummo-fiume- lo fa, ma ogni volta gli si dice che il monaco è tornato, fino a che si disfa anche del tredicesimo sacco. Per la strada scorge un monaco su un asino e, credendo che fosse quello il motivo per cui tornava sempre illeso, lo bastona, lo uccide, e butta anche il povero frate nel ciummo. E sono quattordici sacchi.

La storia, da cui intuite quanto sia intrisa di ciò che fino ad ora abbiamo raccontato finisce con un misterioso

E a chi l’ha ‘ntiso

Nu piatto’ e turnise

A chi l’ha cuntato

Nu piatto ‘e recutate.

E a chille ca stanno attuorno

Tanto nu cuorno”

   

Giovanni Di Rubba

BIBLIOGRAFIA

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https://www.eticamente.net/48635/festa-celtica-di-imbolc-cosa-simboleggia-e-alcuni-rituali-per-celebrarla.html

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https://www.ilgazzettinovesuviano.com/2016/02/18/il-mito-di-circe-plasmatrice-dellanimo/