immagine di copertina: Raffaella Carrera; Parthenope I

A CURA DI GIOVANNI DI RUBBA
Questo secondo appuntamento con la rubrica storica di Pomigliano Live è un vero e proprio articolo di transizione, un articolo che farà da preambolo ad un successivo dedicato ala Nostra Santa Afrodite, di cui trattai altrove-come altri miei valenti concittadini, tra cui senz’altro la professoressa Vera Dugo- ma che mi riservo di approfondire poi maggiormente.

Come maggiormente poi ci soffermeremo sulla quaestio del Sebeto, “Lo Bono Greco” che quivi solo accennerò.

Pensiamo questo articolo non solo come il semplice racconto di un mito, di una leggenda, ma come un racconto artistico, come artistiche saranno alcune raffigurazioni che lo abbelliranno. Si parla di Parthenope, e Parthenope è la sempre giovane, sempre viva, sempre pulsante. Per questo le realizzazioni saranno di due giovani artiste dei territori napoletani, che ringrazio, Raffaella Carrera e Math Mathilde Delph.

Ovvio che ciò che ci accingiamo a scrivere non è privo di fondamento storico, ma quivi la storia sembra quasi, titubante, cedere il passo alla leggenda, o stargli accanto ed apprendere da essa, immaginiamo queste tre splendide muse, Clio assisa che con occhi luminosi ascolta Calliope ed Erato cantare in piedi, in prossimità di una cascata.

Ed i campioni di questo scritto saranno due personaggi napoletani, due colonne, Jacopo Sannazaro e Matilde Serao. Ci incammineremo trasognanti nelle selve dell’Arcadia, tra acquitrini, pianure verdeggianti, e pascoli di ovini guidati da pastori.

Ma iniziamo subito con Matilde Serao, cofondatrice de “Il Mattino” e fine autrice, che ci parla di Parthenope  più volte, ma sul primo racconto della sua “Leggende Napoletane” che scava nel profondo  vorrei soffermarmi. 

 Il primo racconto “La Città dell’Amore”,  racconto che stuzzica per vivacità, profondità e semplicità, tre doti che solo i “Cunti” nostrani possono detenere assieme.

 

Raffaella Carrera; Parthenope II

Si parla di Parthenope, ovvio, e l’incipit, paradossalmente, ci riporta sulle sponde del Reno, per qualche attimo, per poi tornare quivi. Un incipit forse voluto dalla Serao. Mi si perdoni se lo riporto per esteso, ma non si può non farlo “Mancano a noi le nere foreste del Nord, le nere foreste degli abeti, cui l’uragano fa torcere i rami come braccia di colossi disperati; mancano a noi le bianchezze immacolate della neve che danno la vertigine del candore; mancano le rocce aspre, brulle, dai profili duri ed energici; manca il mare livido e tempestoso. Sui nostri prati molli di rugiada non vengono gli elfi a danzare la ridda magica; non discendono dalle colline le peccatrici walkirie, innamorate degli uomini; non compaiono al limitare dei boschi le roussalke bellissime; qui non battono i panni umidi le maledette lavandaie, perfide allettatrici del viandante; il folletto kelpis non salta in groppa al cavaliere smarrito. Lassù una natura quasi ideale, nebulosa, malinconica, ispiratrice agli uomini di strani delirî della fantasia: qui una natura reale, aperta, senza nebbie, ardente, secca, eternamente lucida, eternamente bella che fa vivere l’uomo nella gioia o nel dolore della realtà. Lassù si sogna nella vita; qui si vive in un sogno che è vita. Lassù i solitari e tristi piaceri della immaginazione che crea un mondo sovrasensibile; qui la festa completa di un mondo creato. E le nostre leggende hanno un carattere profondamente umano, profondamente sensibile che fa loro superare lo spazio ed il tempo. Soltanto, per ascendere ad una suprema idealità, hanno bisogno del misticismo: di quel misticismo che è la follia dell’anima, inebbriata omicida del corpo, di quel misticismo che è fede, pensiero, amore, arte, attraverso tutti i secoli, in ogni paese; di quel misticismo che è il massimo punto divino a cui può giungere un’esistenza eccessivamente umana. Ma a questo dramma, a questa vittoria cruenta dello spirito sul corpo, vien dietro un altro dramma, più umano, più potente, dove il pensiero ed il sentimento non vincono la vita, ma vi si compenetrano e vi si fondono; dove l’uomo non uccide una parte di sé per la esaltazione dell’altra, ma dove tutto è esistenza, tutto è esaltazione, tutto è trionfo: il dramma dell’amore. Le nostre leggende sono l’amore. E Napoli è stata creata dall’amore.”

Queste parole sembrano strane come prefazione del primo racconto delle sue leggende napoletane, ma fondono assieme la storia, la leggenda ed il mito, con l’amore, sono la vera e propria lettera di presentazione di Napoli ed oso aggiungere, dei territori adiacenti. “Napoli è stata creata dall’amore”.

Ma perché parlare della Foresta Nera, delle Terre del Nord, della Germania, delle Rive del Reno, mettendole a paragone con Napoli? Con un quasi ironico esordio “a noi manca” . E qui la Matilde dà il suo meglio anche come giornalista. Un velato ed intelligente riferimento ad un mito germanico, quello di Lorelei. Lorelei è il nome di una antica località, situata su di una rupe, sul Reno, presso St. Goarshausen.  Ivi risiedeva, secondo la leggenda, una  ninfa fluviale, che per un amore perduto, divenne una sorta di sirena che ammaliava col proprio canto i barcaioli. Una leggenda che assomiglia, come vedremo, un bel po’ a quella di Parthenope, e del suo amore negato. Ed anche queste terre acquitrinose, poi bonificate, ci fanno venire in mente una città, Pomigliano. Pure coincidenze, se non fosse che la storia di Lorelai sia stata portata al successo da due autori che a Napoli vi erano stati e che scrissero anche del nostrano  “Virgilio Mago”, Clemens Bretano, autore nel 1801 della ballata Die Lore Lay, ma soprattutto da Heinrich Heine, che narrava di questa “donna dell’acqua” che attirava le navi verso la rovina e che anche i francesi conobbero chiamandola “Fée du Rhin”.

È questo un articolo soprattutto artistico, quindi spero di non tediare il lettore se riporto ambedue le liriche, in italiano, ovvio. Ma è giusto perché sono brevi, di facile lettura, e possono farvi rendere conto della storia di questa fanciulla.

Lore Lay (di Clemens Brentano)

Una
maga vive su una rupe ispida sul Reno ;
era così bella e raffinata
e ha spazzato via molti cuori.

E ha causato molta vergogna agli
uomini intorno;
non
c’era salvezza dai loro legami d’amore .

Il vescovo l’ ha convocata
per violenza spirituale
e ha dovuto perdonarla, la sua figura era
così bella.

Le disse, commosso:
“Povera Lore Lay,
chi ti ha sedotto
nella magia del male?”

“Signor Bishop,
non deridere i poveri con me
e chiedere pietà
per me, Dio.

Non mi è più permesso di vivere,
non amo più nessuno –
dovresti darmi la morte, ecco
perché sono venuto da te!

La mia dolce metà
mi ha tradito , mi ha voltato le spalle, si è
allontanato da me, si è trasferito
in un paese straniero “.

Ha tre cavalieri chiamati:
“Portali al monastero!
Vai, Lore! – Dio comanda alla
tua mente oppressa!”

Andarono al monastero,
tutti e tre i cavalieri,
e la tristemente
bella Lore giaceva nel mezzo .

“O cavaliere, lasciami andare alla
grande su questa roccia!
Voglio rivedere il
mio amato castello.

Voglio vedere di nuovo
il profondo Reno
e poi andare al monastero
ed essere la vergine di Dio “.

La roccia è così improvvisa, la
sua parete è così ripida;
ma si arrampica
finché non si trova in cima.

I tre cavalieri legano i
cavalli
e salgono sempre più in alto
sulla roccia.

La fanciulla disse: “C’è
una piccola nave sul Reno; colui
che sta nella piccola nave
sarà il mio più caro.

Il mio cuore si rianima così tanto,
deve essere il mio amore! ”
Poi si chinò
e si tuffò nel Reno.

I cavalieri dovevano morire,
non potevano scendere;
dovevano distruggere tutto,
senza prete e senza tomba.

Chi ha cantato questa canzone
Un barcaiolo sul Reno,
e c’era sempre il suono
del Dreiritterstein:

Lore Lay
Lore Lay
Lore Lay
Come se fossi io tre.

 

Lorelei  (di Heinrich Heine)

 

Non so cosa significhi
essere così triste;
una favola dei vecchi tempi,
che non mi viene in mente.

L’aria è fresca e scura
e il Reno scorre tranquillo;
la cima della montagna brilla
nel sole serale.

La vergine più bella siede
meravigliosamente lassù, i
suoi gioielli d’oro lampeggiano,
si pettina i capelli d’oro.

Lo pettina con un pettine d’oro
e canta una canzone;
che ha una
melodia meravigliosa e potente.

Lo skipper della piccola nave è
preso da un dolore selvaggio,
non guarda le scogliere rocciose,
guarda solo in alto.

Penso che le onde divoreranno i
barcaioli e la barca alla fine;
ed è quello che ha
fatto Lorelei con il suo canto .

 

Insomma Lorelei è null’altro che Parthenope?

Ma torniamo alla Nostra Matilde, nel primo racconto, dopo questa premessa, si narra di Cimone, un giovane che amava la bellissima Parthenope,  Παρθενόπη,  che si traduce con “vergine”. Costei accresceva in spirito e sapienza, su di una rupe, in Grecia, che affacciava sullo Ionio. Donna soavissima, aggraziata, sapiente come Atena e Fedele come Giunone, “la fronte bassa e limitata di dea, i grandi occhi neri, la bocca voluttuosa, la vivida candidezza della carnagione, lo stupendo accordo della grazia e della salute in un corpo ammirabile di forme, la composta serenità della figura”. Ma quando vide Cimone anch’ella si innamorò, e decise di fuggire con lui, rifiutando il promesso sposo, conscia che avrebbe traversato le acque dello Stige, perso la purezza originale, ma, forse, raggiunto la vera Bellezza con l’Amore “Pulchritudo Veritatem Vincet”.

Giunse quivi, sulle coste del Tirreno, a Napoli, e i due vissero d’amore e di letizia, ma lei perse la sua divinità e, come comune mortale, perì, forse sepolta nell’isolotto di Megarite, ove ora sorge Castel dell’Ovo.

Et in Arcadia Ego, c’è da dire, e la morte esiste anche in Arcadia. Ma prima di arrivare a Jacopo Sannazzaro ed alla Sua  opera “Arcadia”, che ha rivoluzionato l’epoca in cui visse, facciamo alcune riflessioni.

Math Mathilde Delph; Tatuaggio Delphino Maiori Parthenopeo

Ricordando e tenendo a mente, come scrive Matilde: ““ E’ lei [n.a. Parthenope] che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori, è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene quando vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo amante, quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate è la sua voce che le pronunzia, quando un rumore di baci indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i baci suoi, quando un fruscio di abiti ci fa fremere è il suo peplo che striscia sull’arena, è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d’amore la città. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non ha tomba, è immortale, è l’amore.Parthenope non muore mai, ma scompare”.

Qui inizia un’altra leggenda, o meglio il prosieguo di quella, e qui vi è il legame con Pomigliano:  quella dell’amore tra Parthenope e Sebeto, che ci farà ripercorrere il corso del fiume al contrario e porci nel mezzo non di qualche soluzione ma, come da incipit, di qualche curiosità, di qualche desiderio di conoscere, conoscere con la sapienza del cuore, che è passione, ovverossia la declinazione più bella dell’amore.

Il Mito del Sebeto è quello di una divinità fluviale generatrice di vita, un fiume che si estendeva per il territorio della provincia napoletana e percorreva la stessa Napoli, in loco sfociando. Lo si vuole sposo innamorato proprio della Sirena Parthenope, da cui ebbe addirittura, secondo alcuni, una progenie, la ninfa Sebetide che andò in sposa al re di Capri: Telone, dall’unione dei quali nasce Ebalo, primo re di Partenope. Vediamo un po’ di far chiarezza sul Sebeto, “Lo Bono Greco”, come veniva chiamato.

Citato soprattutto ed ovviamente nell’Eneide, precisamente nel Libro VII, da Virgilio, versi 730-743, che riporto “e tu passerai innominato nei nostri versi Èbalo/che Teone-così tramanda- generò dalla ninfa Sebetide/quando reggeva Capri, regno dei Teleboi/già attardato negli anni; ma il figlio scontento dei campi/paterni, già allora dominava ampliamente i popoli/sarrasti, e le pianure che irriga il Sarno, e quelli che tengono Rupra e Batulo, e i campi di Celemna,/e quelli che guardano Abella fertile di pomi/avvezzi, al modo Teutonico a scagliare cateie/essi difendono il capo con corteccia strappata dal sughero,/bronzei risplendono gli scudi, bronzea risplende la spada”.

In questo caso Sebeto non è un dio fluviale ma una ninfa fluviale, Sebeto, madre del leggendario eroe Ebalo. La sostanza non cambia, parlando di miti, e conoscendo la tradizione esoterica del Virgilio mago medioevale, è molto probabile che il mito di Parthenope sposa di Sebeto sia nato per tenerne nascosta la valenza esclusivamente femminea e Sebeto e Parthenope siano in realtà una sola “persona” fusa, parliamo comunque di miti e di leggende. Vero è il ritrovamento di alcune monete che rappresentavano un “giovane cornuto”- il corno era simbolo di vigore e fertilità maschile-, con inciso il nome “Sepeithos” e sul retro una donna alata e la scritta Neapolites-ricordiamo che le Sirene erano donne alate e solo successivamente furono raffigurate come donne pesce-, datate VI secolo a.C., è interessante seguire questa tesi perché  la moneta potrebbe rappresentare non due entità differenti ma una unica divinità della fertilità con duplice attributo, classico espediente utilizzato dagli incisori, vale volgarmente ancora oggi il detto “due facce della stessa moneta”.

Anche Publio Papinio Stazio, nato a Napoli nel 40 d. C, nelle Silvae scrive : “il Sebeto vada orgoglioso per quella che ha nutrito” e Lucio Giunio Moderato Columella, di Cadice ma con diverse proprietà in terra napoletana, nel “De re rustica”, scrive “la colta Parthenope è bagnata dalla benefica acqua del Sebeto “. Interessante notare che l’ultima opera citata tratti di agricoltura ed è come se unisca la sirena e la divinità fluviale in un’unica essenza, rispecchiandone l’effettiva divinità agreste, come Afrodite Azenia, la fiorita. E’ indubbia la connessione dunque con la divinità della fertilità, il Sebeto e Parthenope. Un po’ come se la Parthenope colta rendesse fertili i campi per tramite del Sebeto che li attraversa.

Una interessante metafora simbolica, una allegoria dell’attività svolta dai basiliani, sicuramente anche a Pomigliano, di rendere fertili le terre attraverso attività di bonifica? Ipotesi anche questa interessante. Giusto per accenno ricordo che il nome Afrodite, diffuso a Pomigliano, è spesso contratto in “Fiorella”, chiaro riferimento alla Ανϑεια, la divinità di tutto ciò che fiorisce e dà frutti, di ciò che rinasce e rallegra, che ha come sacri i fiori, i giardini, la primavera ed ha sacro il mese di aprile, rappresentata coronata di fiori, specialmente di mirti e di rose, accompagnata spesso dal melo-il pomo pomiglianese?- Azenia, ossia che favorisce la fioritura, il nascere e il maturare dei frutti.

Ed ancora più interessante notare che Jacopo Sannazaro, massimo esponente dell’Arcadia, nato e vissuto a Napoli nell’opera omonima –Arcadia- canta ancora il Sebeto come luogo di delizie campestri. Sincero, protagonista dell’opera e suo alter ego,  infatti, nelle ultime due egloghe e nella prosa tra queste compresa, ha in sogno un doloroso presentimento sulla donna amata, decide di partire e ai piedi di un monte-il Monte Somma- trova un sentiero magico che lo conduce a Napoli, dove trova, alla sorgente del fiume Sebeto, due ragazze che gli comunicano la morte della donna. Il suo viaggio dall’Arcadia attraverso un’immaginaria via di grotte sotterranee, guidato da una ninfa fluviale che assume il ruolo di guida, la discesa di Sincero e la ninfa nel ventre della terra trae spunto dal IV libro delle Georgiche. La ninfa e il poeta giungono nella grotta sorgiva e poi in quella dove sono le nife sorelle della guida, alcune impegnate a setacciare l’oro alla sabbia, altre nel tessere una tela con fili d’oro e colorati. Sulla tela è ricamata la “doppia morte” di Euridice: prima morsa da un serpente poi quando il suo amato Orfeo nel tirarla fuori dagli inferi si volta a guardarla venendo meno al patto che gli consentiva di riaverla. Il viaggio continua segnato dalle acque: la ninfa e Sincero passano in ampi luoghi con laghi e sorgenti di fiumi. I corsi d’acqua segnalati dalla ninfa sono presenti nelle mappe della letteratura antica e moderna con ampi riferimenti a Virgilio e alle Georgiche.  Più avanti, quando si comincia “a scoprire un gran foco e a sentire un puzzo di zolfo”, la ninfa riferisce, sulle tracce di Ovidio e di Dante, dei Giganti, i quali nel tentativo di “assalire il cielo”, furono colpiti dai fulmini di Giove e il loro respiro ora alimenta il fuoco dei vulcani. Passando in rassegna i Giganti con i relativi vulcani si sofferma sul Vesuvio e ricorda l’eruzione del 79 d.C. che seppellì Pompei. Il breve racconto della ninfa coincide con l’andare di Sincero dall’Arcadia a Pompei e alla descrizione dell’antica città segue la visita archeologica di edifici privati e pubblici ancora intatti. Poi finalmente Sincero e la guida scorgono il fiume Sebeto; qui la ninfa si congeda, ma Sincero è subito condotto a altre due ninfe all’uscita. Il percorso terreno inizia alle falde del monte Somma dove Sincero incontra Cariteo e Pietro Summonte, due pastori napoletani che si stanno ritirando con il loro gregge e si accingono a suonare la Sampogna-a Zampogna-. Qui viene a conoscenza della morte della amata.

Interessante notare che l’intero viaggio dell’Arcadia si tiene tra il 21 ed il 25 aprile, durante la Palilia, festa delle Pale, che celbrava proprio l’arrivo della Primavera. Pale è la divinità della fioritura e si presenta come sileno, quindi fiorito.

Il fiume Sebeto era considerato maestoso generatore di fertilità, il corso Ανϑεια, il floris flumen, cantato dalle leggende, che trasformava, come narra uno dei prodigi del solito Virgilio mago, le paludi (sebe potrebbe significare proprio acqua salmastre, palude) in terreno fertile –ancora simbolo dell’attività dei monaci basiliani a Pomigliano.

 

Santa Fara; Immaginetta

Ma vorrei concludere questo itinerario artistico ricordando una Santa, la cui memoria si celebra oggi, 7 dicembre, Santa Fara. Una Santa spesso dimenticata, anche in virtù del fatto che oggi si celebra il ben più noto Sant’Ambrogio, protettore di Milano e Maestro di Sant’Agostino.

Paradossalmente anche qui fa capolino Parthenope ed il Sebeto, che rendono feconde le terre pomilie. La sorgente, come vedremo in un prossimo articolo, era situata con altissima probabilità a Somma Vesuviana, alla Madonna del Pozzo, detta anche “Santa Maria del Pozzo Madre”, “Regina di Misericordia”, o “Maria Santissima del Pozzo”  uno dei tanti appellativi con cui la Chiesa venera la Madre del Cristo.

Venerata principalmente in Puglia, è rappresentata con un’icona in stile bizantino, cosa che non ci stupisce, riecco i basiliani!, a mezzo busto, viso roseo circondato da un’aureola con scanalature a raggiera coperta sin dal capo di un manto rosso paonazzo, con un ampio panneggio, sul petto e sulle spalle, mentre sul braccio sinistro si posa Gesù Bambino, vestito di bianco, con aureola dorata, in atto benedicente con la destra e reca nella mano sinistra un rotolo di papiro, da sempre simbolo della sapienza, sulla spalla sinistra del Gesù Bambino scende un manto di colore smeraldino. La storia racconta che un tale don Domenico Tanzella nel 1705 fu miracolosamente guarito bevendo l’acqua del pozzo pugliese, ove fu in seguito trovata un’icona bizantina della Vergine, quella sopra descritta.

Ciò testimonia che il culto era probabilmente di molto antecedente, probabilmente, ed anzi diciamo sicuramente, importato dai basiliani, di provenienza bizantina. La Madonna comunque riveste un ruolo cardine, è anche, tra l’altro, la compatrona dell’ex Regno delle Due Sicilie.

La Chiesa sommese era in precedenza affiancata da un Convento e da una Biblioteca,  non  più visibile, essendo sprofondata a seguito della alluvione del 1448. La Chiesa attuale fu edificata nel 1333 per volere del Re di Napoli Roberto d’Angiò, in onore del matrimonio della nipote Giovanna I con Andrea d’Ungheria, figlio del re Carlo Umberto. Inoltre, poco distante, lo stesso Roberto d’Angiò fece erigere una chiesetta in onore di “Nostra Donna” o “Nostra Dama”, per valorizzare l’evento. L’appellativo del Pozzo, secondo l’ipotesi più accreditata, deriva da una antica raffigurazione della Madonna, o da una Vergine dipinta in un pozzo nella adiacente Villa Romana.

Ma sulla riedificazione non può non  venirci alla mente Santa Fara. Brevemente ne descriviamo la vita. Originaria di Pipimisicum (oggi Poincy, presso Meaux), ebbe due fratelli santi: Cagnoaldo, monaco a Luxeuil, e Farone, vescovo di Meaux. Lo stesso san Colombano, esiliato a Luxeuil e ospite in casa dei genitori di Fara, da giovane le indicò la via della consacrazione. Tuttavia, una volta cresciuta il padre si oppose, preferendo per lei il matrimonio. Solo Eustasio, succeduto a Colombano nella direzione di Luxeuil, convinse il padre a lasciarla seguire la via religiosa. Ma la libertà concessa rimase solo un buon proposito perché Burgundofara, per seguire la sua strada, dovette abbandonare la casa paterna e si rifugiò presso una chiesa. La situazione si risolse solo grazie all’intervento diretto di Eustasio che la consacrò. Burgundofara, più tardi, fondò il monastero di Evoriacum (Faremoutiers) su un terreno ricevuto in eredità dal padre. Qui fu badessa per 40 anni. Morì verso il 675.

Orbene a Napoli, nella Chiesa di Santa Maria dell’Incoronatella nella Pietà de’ Turchini, risalente al 1595 vi è una statua di Santa Fara, risalente ai primi decenni del Secolo Scorso, ma ve ne è una anche in Puglia, a Bari, La Basilica di Santa Fara, costruita intorno agli anni’30 del 1900 a seguito di una strana apparizione di una donna vestita di nero che porgeva  ad una pia donna Maria Nicola Ponno, una immaginetta, dicendo fosse di Santa Fara. A seguito di successive apparizioni, il professor Sessa Di Cagno, dopo approfondite ricerche, si recò in Francia ove gli fu data anche una preziosa reliquia della Santa. Intanto in loco, fu edificata la suddetta Basilica.

Un episodio alquanto slegato dal presente articolo, se non fosse che l’attuale statua di Santa Fara in Napoli si trova nella Cappella n°6, dono dei D’Amico, la storica famiglia Pugliese, di origini francesi, e di stanza a Bari, a partire dal XI secolo, quando il Conte Amico, fu nominato luogotenente di Puglia, feudatario della terra di Bari e conte di Giovinazzo e Spinnazzola, nel 1040 per la precisione. E la stessa edificazione della Chiesa fu coeva a Giovanni d’Amico, Barone del Regno, Regio milite e cavaliere di San Giacomo, Patrizio Messinese e castellano di Santa Lucia nel 1448, che sposò Elisabetta Staiti nel 1446.

L’origine pugliese della chiesa della Madonna del Pozzo, sorgente del Sebeto ed il Culto di Santa Fara, in Bari e nella Chiesa di Santa Maria dell’Incoronatella de’Turchini –altri due nomi che ci richiamano ad un culto pugliese- e la “strana circostanza” che la Statua di Santa Fara fu posta in detta Chiesa proprio dai D’Amico ad inizio ‘900, non ci consente di porre conclusioni ma stimoli per una successivo approfondimento, senz’altro.

Giovanni Di Rubba

Bibliografia

Di Rubba Giovanni; Selenio Denso La Luna Illumina l’Infinito; Tomo III; Youcanprint editore; 2018

Sechi Mestica Giuseppina; Dizionario Universale della Mitologia; Rusconi; 1994

Fonti

Lucio Giunio Moderato Palomena; “De Rustica”

Serao Matilde; Leggende Napoletane

Publio Papino stazio; Silvae

Publio Virgilio Marone; Eneide

Sannazaro Jacopo; Arcadia

Sannazaro; De Partu Virginis

Sitografia

http://www.chiesapietadeiturchini.it/parrocchiaincoronatella/arte-storia/chiesa-pieta-dei-turchini-napoli/

http://www.santiebeati.it/dettaglio/90270

http://www.santafara.org/la-basilica/storia-della-basilica.html

https://www.viaggio-in-germania.de/lorelei.html

http://www.jhelbach.de/lorelei/loreleyb.htm

https://www.lacooltura.com/2017/07/arcadia-romanzo-pastorale-sannazaro/

https://it.wikipedia.org/wiki/D%27Amico_(famiglia)