A CURA DI GIOVANNI DI RUBBA

“Maestose nubi temporalesche danno luce a Napoli come se fosse fatta d’oro puro”. Si dice, in doppio seno, a Napoli non piove mai.

Ma quella mattina era così, come in questi giorni di nubifragio.

La frase non è mia ma di Frédéric Nietzsche. Durante il suo soggiorno a Napoli.

Era il tramonto, e vedendo la città aureggiante’ concepì le sue opere la Gaia Scienza, Umano troppo Umano (per gli spiriti liberi), perché libero è lo spirito della nostra affascinante città e della sua gente, come nella canzone Anima Latina di Battisti, “il sangue delle genti dai canti e dalle risa rinvigorite, che nessuna forza per quanto potente può aver veramente piegato”. Proseguiva il filosofo europeo, già europeo, primo cittadino europeo della storia. Rinunciò alla cittadinanza prussiana el) non accettò lo stato di apolide, né mai quello di germanico,  si definiva “europeo”. Proseguiva, dunque, in merito a Napoli “non sono abbastanza forte per il nord, ove imperversano spiriti pedanti e freddi ed artefatti, che non sanno fare altro che lavorare alle norme della convenienza, come il castoro con le sue costruzioni. No! no! Ho vissuto tutta la mia gioventù tra gente simile! Mi è ora venuto in mente, all’improvviso, mentre vedevo scendere il cielo grigio e rosso della sera su Napoli, un brivido di compassione per me stesso, l’idea di cominciare a vivere da vecchio ed ad un tempo lacrime e, infine, in un istante ultimo, l’idea di essere anche in tempo per salvarmi”. 

E  pensava ad un nuovo modo di concepire il lavoro, che avesse al centro l’estetica, il bello, e ribaltasse tutti i canoni del consumismo, tutte le regole della produzione e del profitto. Ma era e, forse, è troppo in anticipo coi tempi.

Federico! Che ebbe un crollo mentale il 3 gennaio 1889 a Torino baciando un cavallo e fermato dalla municipale, ritenendo il destriero meglio dell’ uomo che lo stava fustigando, non era un gesto di follia, era un gesto di ribellione contro l’uomo che distrugge la natura, con le fabbriche, che avvelena le nostre terre, la Campania Felix con i rifiuti. Che “è una macchina e come macchina crea macchine” parafrasando una canzone degli Onirica. Che crea intelligenza artificiale, che si arroga il diritto di clonare sé medesimo! Ah la lungimiranza di Nietzsche!

Un ultimo pensiero. Una testimonianza vuole che, quando fu accompagnato con forza al treno, alla stazione di Torino, per essere portato in una casa di cura, urlasse e cantasse una canzone napoletana “E Spingule Francese”. Era un grido di amore verso il sud e la Magna Grecia, un grido messo a tacere da un fazzoletto come la morsa che arrestò lo sproloquio di Giordano Bruno  condotto al rogo. Il compimento della filosofia nietzschiana. La musica!

Non sappiamo se Federico Nietzsche sia mai stato a Pomigliano d’Arco, mi piace pensarlo. Sappiamo però, per certo, che la canzone “E Spingule Francese” ha origini pomiglianesi, come riporta brillantemente Vittorio Imbriani nella Novellaja Fiorentina. Chi fosse interessato ad approfondire la storia della canzone ed a leggerne il testo originario, diverso da quello reso noto al grande pubblico da Da Salvatore di Giacomo, può leggere l’articolo  (https://www.ilgazzettinovesuviano.com/2015/09/23/e-spingule-francese-la-celebre-canzone-scritta-da-salvatore-di-giacomo-ha-origini-pomiglianesi/)

Intanto io immagino Nietzsche che, nel 1900, sul letto di morte, sussurri pensando alla amata Lou- la Salomé che come il Battista chi fece perdere o suonno e a fantasia, ma gli stuzzicò come corde di una arpa i lavori migliori-, “Portami vicino al mare” come nella canzone di Carmen Consoli.

L’amata Lou con Paul Renee che amoreggia in un giardino pomilio, vicino alla Città Nova. E Fritz che compone sulla mezzacoda.

Mentre è a Pomigliano d’Arco e mentre è in preda al delirio, al piano, nel ricordo del ricordo.

Il filosofo, il filologo di Basilea, nasce poeta e lieder. E così resta, sino alla fine. Cioè all’inizio.

Fantastica questa elaborazione dei Baustelle.